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Lombalgia: un problema diffuso.

La lombalgia, il mal di schiena, rappresenta, nel mondo industrializzato, una delle prime cause di ricorso al medico di base e colpisce soprattutto i giovani, trenta-quarantenni.

Si calcola che fra il 70 ed il 90% delle persone accusa almeno un episodio di lombalgia nel corso della sua vita. Ogni anno una percentuale variabile fra il 15 ed il 40% della popolazione soffre di dolore lombare e, nello stesso periodo, le persone che presentano un nuovo episodio sono circa una su venti.

La lombalgia rappresenta una delle prime cause di assenza dal lavoro con un costo delle cure stimato, negli Stati Uniti, di circa 20 miliardi di dollari, cifra alla quale devono venire aggiunte tutte le spese da mancata produzione. Secondo l’ISTAT l’8,2% della popolazione ha riferito, nel 1999, di essere affetto da lombosciatalgia (7,3% maschi e 9,3% femmine).

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Non tutte le lombalgie sono uguali, bisogna innanzitutto distinguere le forme acute da quelle croniche. In entrambi i casi le cause sono molteplici. Le prime generalmente guariscono in breve tempo (in media fra i 4 ed i 7 giorni), le seconde possono durare per tre mesi ed anche molto di più.

Le cause croniche sono molteplici e di conseguenza le terapie che possono essere proposte. Si va dal semplice intervento educativo/informativo a tecniche che richiedono una preparazione specifica (terapia manuale, esercizi), fino ai recenti approcci multidisciplinari che si sono evoluti a partire dall’esperienza, quasi sempre positiva, delle Back School. Una tecnica parzialmente invasiva inventata in Spagna, la neuroreflessoterapia, per il momento studiata e praticata soltanto lì, sembra dare ottimi risultati nel controllo del dolore per almeno 6 – 12 mesi. Da noi comunque non è ancora disponibile, e anche negli altri paesi europei viene vista a volte con un po’ di scetticismo (forse ingiustificato).
Quando prendiamo in esame diagnosi specifiche come ernia del disco, stenosi vertebrale, dove la lombalgia è associata a dolori irradiati lungo il decorso dei nervi degli arti inferiori, l’indicazione chirurgica, pur non essendo quasi mai una prima scelta o un’urgenza, rimane un’alternativa possibile dopo 6-12 settimane di sintomi che non migliorano in altro modo, come nei casi in cui sia associato un deficit neurologico (sensitivo o peggio motorio).
Il miglioramento delle tecniche conservative dovrebbe portare a una ulteriore riduzione degli interventi. 

Ovviamente tutto quanto può aiutare a prevenire o a trattare le forme suscettibili di miglioramento deve essere preso in attenta considerazione.
In questo mio elaborato potete trovare delle considerazioni sulla lombalgia che colpisce particolari ambiti lavorativi camionisti, conduttori di mezzi agricoli ed in particolare personale di volo, sia su elicotteri, sia su aerei ad alte prestazioni. (clicca qui). Troverete anche alcune indicazioni su alcuni semplici esercizi che possono essere svolti autonomamente e che hanno dimostrato una buona efficacia nel contrastare la lombalgia.

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La risposta sanitaria alle catastrofi.

L’attuale pandemia ha reso evidente quanto l’umanità sia vulnerabile, ma ha anche fatto emergere come in situazioni di grande emergenza la preparazione possa fare la differenza.

Questo può valere per le epidemie, ma anche per terremoti, carestie, ed eventi causati dall’uomo (attentati, guerra)

Da diversi anni ormai una branca della medicina si occupa di ottimizzare la risposta agli eventi catastrofici, si tratta della “medicina delle catastrofi”. Rappresenta un ampio campo di studi che partendo dalla medicina militare e dalla medicina di emergenza coinvolge tutte le specialità mediche, finanche la medicina legale, la quale riveste una grande importanza per gli aspetti riguardanti il riconoscimento delle vittime e l’esclusione di eventi delittuosi i compiuti nella speranza che l’atto criminale possa essere ritenuto conseguenza del disastro, distogliendo così l’attenzione dall’esecutore.

Non si può però ignorare che nella gestione dell’emergenza anche gli aspetti logistici sono rilevanti. Essi anzi rappresentano un momento fondamentale nella gestione dell’evento.

In questa mia pubblicazione, nata negli anni ’90 come base di un corso sulla medicina delle catastrofi e recentemente aggiornata, sono riassunti i principi che regolano questa disciplina ed anche alcune norme di legge che regolano la materia in Italia. (per scaricare la pubblicazione clicca qui)

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Perché la sigaretta elettronica non può essere considerata un’alternativa sicura al fumo di tabacco.

Le sigarette elettroniche sono dannose sotto vari aspetti.

L’uso della della sigaretta elettronica è sempre più frequente, specie fra i giovani.

Essa viene commercializzata come una sicura alternativa al fumo di sigaretta per ottenere i vantaggi della stimolazione dovuta all’assunzione di nicotina, senza gli effetti dannosi degli altri componenti presenti nel fumo di tabacco.

Ma è davvero così?

Sembrerebbe proprio di no!

Tratto da: Electronic Cigarettes: Where There Is Smoke There Is Disease
Joseph C.WuMD, PhD

June-WhaRheeMDKarimSallamMD

Le sigarette elettroniche sono dei dispositivi, alimentati da una batteria, in grado di riscaldare e portare in aerosol una miscela liquida che l’utilizzatore può inalare o aspirare.
Il liquido è composto normalmente da nicotina (in quantità variabili da zero all’equivalente di un pacchetto di sigarette per ogni ricarica), aromi, e glicole di propilene, tutte sostanze che in varia misura possono agire sul sistema cardio-circolatorio, come riassunto nella figura. Come risultato di questi effetti si può dire che l’uso di questi dispositivi aumenta il rischio di infarto del miocardio e il danno alle arterie.

Nel 2019 uno studio pubblicato dalla New York University ha dimostrato che nel processo di combustione della nicotina, nelle sigarette elettroniche, questa viene trasformata in nitrosamine che sono riconosciute come potenti agenti cancerogeni. Infatti nell’organismo umano esiste, in grande quantità una sostanza (citocromo p450) che svolge la sua azione enzimatica trasformando le nitrosamine in sostanze con un grande potenziale di danno a carico del DNA.

In un primo tempo si era sostenuto da più parti, anche autorevoli, che le nitrosamine assunte col fumo da sigaretta elettronica fossero in quantità minima, tale da ridurre del 95% il rischio carcinogenetico, ma lo studio citato ha dimostrato il contrario, misurando la concentrazione di queste sostanze nella saliva, nelle urine e nel sangue di fumatori di sigarette elettroniche.

Oltre a queste il vapore prodotto contiene sostanze chimiche tossiche tra cui acroleina, stirene e formaldeide

Tutti questi prodotti sarebbero in grado di indurre tumori nei polmoni e, per periodi di esposizione più lunghi, nelle vie urinarie.

Ma la nicotina ha anche altri effetti dimostrati:
L’esposizione prenatale al fumo di tabacco è stata correlata ad una più elevata incidenza di obesità nell’adolescenza;
Nei lattanti esposti al fumo passivo è maggiore l’incidenza delle morti improvvise;
Nei bambini e negli adolescenti è in grado di disturbare lo sviluppo del cervello e di indurre disturbi dello sviluppo neurologico;
In gravidanza inibisce lo sviluppo del feto.

Per quel che riguarda le sigarette elettroniche prive di nicotina è stato dimostrato che facilitano l’insorgenza di dipendenza da fumo di tabacco.

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Inoltre è stato recentemente dimostrato che anche il fumo delle sigarette elettroniche, essendo in grado di alterare le mucose dell’aparato respiratorio, riduce la risposta antivirale dell’organismo facilitando in particolare l’aggressione da parte del coronavirus responsabile della CoVid-19, anche se, probabilmente, in misura minore rispetto al fumo di tabacco.



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Caffè: luci ed ombre.

Il caffè è una delle bevande più bevute al mondo. Per questo è sempre più oggetto di studio la relazione fra assunzione di caffeina e la condizione di salute.

  • La caffeina è presente in una serie di fonti alimentari tra cui tè, caffè, bevande al cacao, barrette di cioccolato e bevande analcoliche. Il contenuto di caffeina di questi alimenti varia, come segue:
  • Caffè – 71-220 mg / 150 ml
  • Tè – 32-42 mg / 150 ml
  • Bevande alla cola – 32-70 mg / 330 ml
  • Bevande al cacao – 4 mg / 150 ml

Uno studio effettuato su quasi 300.000 residenti nel Regno Unito ha concluso che il consumo moderato e quotidiano di caffè non ha avuto effetto apparente nell’innescare aritmie cardiache ed è stato persino collegato ad un calo, modesto, ma statisticamente significativo, delle aritmie.

Nelle persone che riferivano di assumere fino a cinque o sei tazze di caffè al giorno, è stato rilevato che ogni tazza di caffè in più (al giorno), ha ridotto l’incidenza di episodi aritmici del 3% (statisticamente significativo), rispetto a coloro che hanno bevuto meno tazze giornaliere.

Nella stessa direzione un altro studio, protratto per 9 anni, su 19.000 statunitensi, che ha dimostrato una significativa riduzione dell’incidenza di fibrillazione atriale in uomini che bevevano da una a tre tazze di caffè al giorno.

393 / 5000

La formula della caffeina.

Ancora, una recente revisione di studi ha rilevato che “il consumo abituale da lieve a moderato di bevande contenenti caffeina, in particolare un’assunzione giornaliera di 2-3 tazze di caffè o tè, sembra essere sicuro in un’ampia gamma di condizioni cardiovascolari e può anche essere benefico rispetto a diabete mellito, aterosclerosi, insufficienza cardiaca, aritmia e mortalità totale “, ma ha anche concluso che” è meglio evitare il consumo acuto di alte dosi di caffeina, in particolare sotto forma di bevande energetiche “. In particolare sulle aritmie cardiache, la revisione afferma che “mentre la caffeina è comunemente considerata un fattore scatenante per le aritmie da medici e pazienti allo stesso modo, ci sono prove minime a sostegno di questo malinteso. Piuttosto la caffeina è associata a una lieve riduzione dell’incidenza della fibrillazione atriale.”

Oltre agli effetti sul cuore sono stati segnalati altri benefici per la salute, tra cui una migliore sopravvivenza globale. E’ stata studiata l’associazione del consumo di caffè con le malattie del fegato, epatite virale, steatosi epatica non alcolica, cirrosi e carcinoma epatocellulare (HCC) concludendo che nei pazienti con malattia epatica cronica, il consumo quotidiano di caffè dovrebbe essere incoraggiato.

Studi contrastanti hanno valutato il ruolo dell’assunzione di caffeina nei diabetici. Per la maggior parte indicano un effetto positivo.

Se ingerita in quantità eccessive per periodi prolungati, le cose cambiano.
La caffeina produce il caffeinismo, che consiste principalmente nelle seguenti caratteristiche:

Sistema nervoso centrale (SNC)
– Mal di testa, vertigini, ansia, agitazione, tremori, formicolio periorale e alle estremità, confusione, psicosi, convulsioni
Cardiovascolare
– Palpitazioni o battito cardiaco accelerato, dolore toracico
Gastrointestinale (GI)
– Nausea e vomito, dolore addominale, diarrea, incontinenza intestinale, anoressia.

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A carico del sistema nervoso centrale, in caso di intossicazione acuta, si evidenziano:
Ansia, agitazione
Tremori
Convulsioni
Stato mentale alterato
Reperti di testa, occhi, orecchie, naso e gola
Pupille dilatate ma reattive alla luce

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Sonno e performance atletica. Quali relazioni.

I disturbi del sonno possono compromettere allenamento e performance atletica.
A sua volta lo sport può essere causa di disturbi del sonno.
Si possono osservare alcune semplici regole per minimizzare questo rischio.

Nel novembre 2020 il British Journal of Sports Medicine ha pubblicato una revisione di studi ed il risultato di un “consensus” circa le conseguenze che le alterazioni, i disturbi e la carenza di sonno hanno sulla performance degli atleti.

Il presupposto è che il sonno rappresenta un momento essenziale per il corpo ed in particolare per il cervello.

Come è noto l’esigenza di sonno (in termini di ore) varia con l’età. Se, a 15 anni, un adolescente necessita di circa 8 – 10 ore di sonno, un trentenne può accontentarsi di un periodo di 7 – 9 ore.

Studi sperimentali hanno dimostrato che una deprivazione del sonno di una o due settimane o anche solo una sua restrizione portano a conseguenze quali disturbi cognitivi, difficoltà di apprendimento e memorizzazione, decadimento del benessere fisico ed emozionale, alterazioni del metabolismo del glucosio, ma anche un rallentamento della crescita e della riparazione cellulare ed un abbassamento della risposta immunitaria in seguito a vaccinazione.

E’ anche dimostrato che una carenza di sonno rende più suscettibili alle infezioni respiratorie.

Proprio per questi motivi negli anni sono stati sviluppati vari device dedicati alla misurazione quali-quantitativa del sonno. Accanto a quelli più raffinati, come la polisonnografia hanno avuto diffusione sistemi più facili da gestire per i non professionisti, come, ad esempio, le applicazioni per smartphone. Queste però sono ritenute poco precise, hanno comunque il vantaggio di essere poco intrusive, generalmente economiche, e possono essere utili nell’incrementare l’abitudine ad una corretta igiene del sonno fornendo un feedback immediato.

Ma quali sono le ricadute delle modificazioni delle abitudini del sonno negli atleti?

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Alcuni studi hanno dimostrato che un incremento del sonno induce un miglioramento nelle performance atletiche, ed induce un miglioramento nelle “skills” sport-specifiche; nel caso dello sprint, si è visto che anche un sonnellino di 20 – 30 minuti induce un miglioramento nella velocità di picco.

I disturbi del sonno negli atleti sono indotti da fattori “non sport correlati” e da fattori sport specifici.

Cosa si può fare per ridurre il rischio che un sonno disturbato o scarso influisca negativamente sulle performance atletiche?

Bisogna osservare alcune regole:

  1. APPROPRIATA QUANTITA’ DI SONNO (7-9 ORE PER UN ADULTO, 8- 10 ORE PER UN ADOLESCENTE)
  2. SE IL TEMPO DI SONNO NOTTURNO E’ SCARSO E NON PUO’ VENIRE MODIFICATO POSSONO ESSERE UTILI DEI SONNELLINI DIURNI
  3. CURARE L’IGIENE DEL SONNO: EVITARE STIMOLANTI (CAFFEINA, ALCOOL, PASTI PESANTI VICINO ALL’ORA DI CORICARSI), EVITARE DI STARE A LUNGO SVEGLI A LETTO, ADEGUATA ESPOSIZIONE ALLA LUCE AL MATTINO, CREARSI UNA ROUTINE RILASSANTE PER ADDORMENTARSI, SCEGLIER E UN AMBIENTE BUIO E TRANQUILLO
  4. ADEGUARSI AL PROPRIO CRONOTIPO ED EVITARE ALLENAMENTI AL MATTINO PRESTO OD ALLA SERA TARDI
  5. SE SI USANO DEVICE PER IL CONTROLLO DEL SONNO FARLO CON ATTENZIONE, EVITANDO DI FARSI INDURRE SITUAZIONI D’ANSIA

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Obesità e CoViD-19. Il sovrappeso peggiora l’evoluzione della malattia.

Obesità e sovrappeso aggravano in modo significativo le conseguenze dell’infezione da Coronavirus.
Fra i fattori che entrano in gioco inoltre l’età avanzata, la scarsa attività fisica, la dieta.

E’ noto che l’obesità ed il sovrappeso hanno influenza negativa sulla salute della popolazione.

L’obesità viene riconosciuta sia come malattia a se stante, sia come condizione in grado di indurre o peggiorare il decorso di diverse malattie croniche non trasmissibili (diabete, ipertensione, …).

Uno studio pubblicato sul numero di marzo 2021 di “World obesity” dimostra come la condizione di sovrappeso condizioni un’evoluzione più sfavorevole delle infezioni virali in generale e più in particolare di quelle da Coronavirus.

La pubblicazione si riferisce a diverse centinaia di studi effettuati nei primi mesi del 2021 in Europa, negli USA, in Messico ed in Cina.

Tutti questi studi hanno dimostrato come un indice di massa corporea (BMI) elevato aumenti in modo significativo la necessità di ricovero ospedaliero, il ricorso al ricovero nelle strutture di terapia intensiva, la necessità di ventilazione meccanica ed, infine, il rischio di morte conseguente all’infezione.

Per quel che riguarda la situazione italiana viene fatto riferimento ad uno studio di Rottoli M, Bernante P, Belvedere A ed altri dove si evidenzia che le persone obese richiedono il ricorso alla terapia intensiva 5 volte più del resto della popolazione.

Mentre in Spagna Borobia e collaboratori hanno evidenziato che le persone obese hanno un rischio di morire in seguito all’infezione da coronavirus aumentato del 51%

Confrontando gli studi a a livello mondiale gli Autori hanno rilevato una stretta associazione fra il numero di morti per COVID-19 e la prevalenza del sovrappeso nella popolazione adulta, tanto da affermare che in nessun paese dove il BMI medio è inferiore a 25 Kg/m2 mostra un elevato indice di mortalità per COVID-19 e lo stesso vale per ogni paese in cui meno della metà della popolazione adulta sia sovrappeso.

Anche correggendo nella raccolta dei dati il fattore età (è noto che i più anziani sono maggiormente a rischio) affermano che il fattore obesità, ma anche il solo sovrappeso aumentano il rischio di evoluzione negativa della malattia.

I fattori che limitano sovrappeso ed obesità sarebbero collegati anche ad una migliore prognosi della malattia.

Così vengono messi sotto accusa per una peggiore prognosi:
– scarsa attività fisica,
– assunzione di zuccheri semplici ed in particolare di bevande zuccherate,
– scarsa assunzione di fibre vegetali ecc.

I fattori dietetici, inoltre, possono essere messi in stretta relazione con la capacità di risposta immunitaria e col rischio di contrarre malattie infettive.
Ad esempio è dimostrato che l’assunzione di vitamina D sarebbe in grado di ridurre la suscettibilità alle infezioni respiratorie.

Il Fondo Monetario Internazionale ha stimato la perdita economica legata alla pandemia in 11 trilioni di US$ entro la fine del 2021 e di 22 trilioni di US$ nel quinquennio 2020 – 2025 nel gennaio 2021 rispetto alla precedente previsione di 28 trilioni di US$ del settembre 2020 (stima ridotta nella supposizione di un successo della campagna vaccinale).

Poiché è stato calcolato che il 29,5 % delle ospedalizzazioni correlate al COVID-19 sono dovute al sovrappeso ed all’obesità e che l’8% di queste è correlabile a bassi livelli di attività fisica si può stimare il danno economico dovuto a queste condizioni fra i 6 ed i 7 trilioni di US$ nel periodo 2020 – 2025.

Nel complesso, per quel che riguarda l’Italia, che si colloca fra i paesi con più elevata mortalità correlata al COVID-19 (122,72 per 100.000 abitanti al 01/01/2021), vengono identificate:

  • un’elevata percentuale di individui che svolgono una insufficiente attività fisica (del 41,4% della popolazione nel 2016);
  • una percentuale di adulti sovrappeso (BMI maggiore di 25)fra il 50ed il 60% (58,5 nel 2016);
  • una percentuale di adulti “over 65” del 23,3% nel 2020.

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Mascherine e sport: opinioni e fatti. L’idea che le mascherine siano tossiche e facciano male ai polmoni e al sistema immunitario è una fake news.

Diverse voci affermano effetti deleteri derivanti dall’uso delle mascherine nello sport. Le evidenze scientifiche affermano il contrario.

Recentemente si sente molto parlare di mascherine e sport.

Ne parlano esperti e meno esperti, da diversi punti di vista.

A cominciare dai politici, come Matteo Renzi, che, come riferì Huffpost , l’11 ottobre dello scorso anno twittava: “Giusto essere prudenti, rispettare le regole e indossare la mascherina. Sostenere invece che si debba usare la mascherina anche mentre si corre è semplicemente assurdo. Spero che il Governo ci ripensi subito”.

E così si sono potuti leggere articoli su diverse testate nei quali si sosteneva, anche da parte di medici, che l’uso della mascherina nella pratica sportiva era deleterio. Per citarne alcuni:

il 15 maggio 2020 su Montagna tv, sito sul mondo della montagna , un medico teorizzava che nello sport, contrariamente a quanto avviene nelle normali attività di ogni giorno, la mascherina

“ … essendo una barriera non garantisce un ottimale afflusso di ossigeno, soprattutto sotto sforzo. Quindi  può essere un problema nel momento in cui il corpo richiede più ossigeno. Inoltre, se la si indossa correttamente, all’interno della mascherina si accumula una parte dell’anidride carbonica espirata. Nella normale attività respiratoria questa ha il tempo di uscire, sotto sforzo il maggior numero di atti respiratori fa si che venga respirata e che se ne accumuli sempre di nuova. Nel momento in cui se ne accumula troppa la funzionalità respiratoria non è più ottimale. … “. In alternativa all’uso della mascherina

sconsigliava di correre in fila indiana, ma di farlo mantenendo una distanza di sicurezza di circa 4 metri.

Come, per altro, si è sempre visto fare.

L’inserto Salute de La Repubblica del 10 maggio 2020 un articolo era titolato:

Atleti con la mascherina? No, si rischia la mancanza di ossigeno

di GIULIA MASOERO REGIS

Sconsigliata per corsa e ciclismo ad alta intensità perché bisogna ventilare di più”

Il 17 aprile 2020 il dottor Alberto Macis, in un’intervista su L’Unione Sarda sosteneva:

“La mascherina è controproducente, se indossata durante la corsa o, comunque, durante l’attività motoria. Parliamo, naturalmente, di mascherine chirurgiche, che hanno lo scopo di proteggere gli altri dalla vaporizzazione del respiro di chi le indossa. I ‘droplet’, le goccioline che veicolano il virus, vengono bloccate, proteggendo le persone che stanno accanto”. Il dottor Macis prova ad analizzare quel passaggio che tanto fa discutere: “Se si corre la mattina presto, è difficile incontrare altre persone. E il rischio si elimina comunque mantenendo la distanza di un metro dagli altri”.

ATTENZIONE ALLA CO2 – “Capisco che chi governa debba decidere facendo attenzione alla testa degli altri”, prosegue il dottor Macis, “ma la mascherina crea problemi. Se, per esempio, la si indossa durante un test da sforzo, io medico sono protetto da eventuali vaporizzazioni. Ma chi si sottopone a sforzo, con la mascherina che copre naso e bocca, respira una quantità maggiore di anidride carbonica, rischiando di andare in alcalosi e quindi rischiando lo svenimento. Perché, in questo modo, si respira una miscela di CO2 superiore a quella presente nell’aria”. In evidente disaccordo con il Collega che chiedeva un distanziamento di 4 metri perché il droplet arriverebbe ad almeno due metri e mezzo.

Ma non solo alcuni medici si sono spesi in teorie contro l’uso della mascherina. Anche mamme ed avvocati si sono autoproclamati esperti in fatto di fisiologia respiratoria. Infatti il 18 novembre 2020, il sito della “Associazione di studi e informazione sulla salute” pubblicava: “Mascherine e sport – la denuncia di una mamma”. In tale poste la redazione affermava :”

Sul sito della Federazione Medico Sportiva Italiana si legge che “La CERTIFICAZIONE D’IDONEITÀ è ben più di un mero obbligo di legge; rappresenta il più valido strumento di prevenzione per la tutela sanitaria e la valorizzazione del patrimonio sportivo nazionale. La visita di idoneità, infatti, non ha solo la funzione di evidenziare eventuali incompatibilità con la pratica sportiva, ma anche di rilevare possibili patologie prevenendo lo sviluppo di complicanze future.”

Ciò premesso fa specie che presso alcuni istituti di medicina dello sport si sottopongano gli atleti (anche minorenni) al consueto test da sforzo al cicloergometro ed ergospirometria con indosso la mascherina.” Ma non spiegava perché far indossare la mascherina durante il test fosse contrario a quanto previsto per la certificazione d’idoneità da parte della Federazione Medico Sportiva Italiana.

Il 20 gennaio 2021 di nuovo l’inserto Salute de La Repubblica si occupò di sport e mascherine, questa volta ritrattando quanto affermato l’anno prima, infatti tiolò:

Fiato corto: non è colpa della mascherina

di Giulia Masoero Regis

Uno studio del Centro cardiologico Monzino conferma: nessuna conseguenza sul cuore

Sulla stessa linea il sito Wired.it che il 6 ottobre 2020 pubblicava:

No, le mascherine non aumentano il rischio di intossicazione da anidride carbonica

Le mascherine non causano danni, nemmeno a chi ha la Bpco. Uno studio pubblicato sulla rivista dell’American Thoracic Society dimostra che non intrappolano l’anidride carbonica e dunque non determinano una sovra-esposizione alla CO2, come riferito da alcune voci. Un’altra fake news

Nell’articolo viene riportato:

“L’idea che le mascherine siano tossiche e facciano male ai polmoni e al sistema immunitario è una fake news che ha circolato durante tutto questo periodo e che è stata smascherata più volte dalle autorità sanitarie nazionali e internazionali. Recentemente a farlo è stata la Fnomceo, Federazione nazionale degli Ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, in una pagina sul proprio sito anti-bufale Dottore ma è vero che. La pagina smonta alcuni dei miti errati più diffusi, come l’ipotesi che indossare la mascherina possa causare un avvelenamento da anidride carbonica o che indebolisca il sistema immunitario o ancora che ci sia una ridotta ossigenazione.

In particolare riguardo all’anidride carbonica gli esperti spiegano che le molecole di CO2 sono minuscole – molto più piccole delle goccioline contenenti coronavirus che le maschere sono progettate per arrestare – e non possono essere intrappolate da un materiale traspirante. La sovra-esposizione a questa sostanza, si presenterebbe soltanto se la mascherina fosse talmente ermetica da trattenere l’aria espirata, scrivono sulla pagina, ma nessuna mascherina presenta queste proprietà. Inoltre le mascherine non limitano la quantità di ossigeno inalato e la sensazione di scomodità nell’uso è legata ad altri meccanismi, neurologici e psicologici.

Ma cosa ci dicono gli studi pubblicati sulle riviste scientifiche internazionali?

Un gruppo di ricercatori delle Università di California (USA), Waterloo (Canada), British Columbia (Canada), Washington (USA), Winnipeg (Canada), e Vancouver (Canada), con uno studio multicentrico hanno dimostrato che gli effetti sull’organismo indotti dalle mascherine (sia chirurgiche, sia N95, sia mascherine industriali) sono minimi, spesso talmente modesti da non poter essere visti e ciò anche per esercizi molto intensi. Non hanno rilevato alcuna differenza legata al sesso o all’età. Gli unici soggetti che possono risentire dell’uso della mascherina sono quelli affetti da gravi malattie cardiache o polmonari.

Altri ricercatori hanno pubblicato un articolo in cui affermano che per giovani sani indossare una mascherina durante un test al cicloergometro, protratto sino all’esaurimento muscolare, non induce alcuna modificazione relativamente a saturazione arteriosa di ossigeno, indice di ossigenazione tissutale, frequenza cardiaca e sforzo percepito ciò in qualsiasi fase dell’esercizio.

Un altro gruppo di studiosi ha voluto verificare l’effeto della mascherina (chirurgica e N95) in soggetti affetti da grave pneumopatia. Anche in questi, a fronte di una modestissima diminuzione della concentrazione di ossigeno (attesa vista la gravità della malattia da cui erano affetti) non si è verificato alcun aumento nella concentrazione di anidride carbonica.

Degli studiosi statunitensi, dopo aver valutato che gli effetti fisiologici dell’uso di una mascherina sono pressoché nulli, hanno ipotizzato che le reazioni da taluni evidenziate, siano di natura psicologica, legate principalmente all’ansia

Lo sport nell’adolescenza e preadoloescenza. E’ tutto oro?

Che lo sport faccia bene è un concetto ampiamente accettato.

Che lo sport iniziato in giovane età faccia bene è, ache questo, un concetto ampiamente accettato.

I vantaggi della pratica sportiva in giovane età, adolescenziale e preadolescenziale, sono innumerevoli e riguardano sia l’aspetto fisico che quello psichico, emotivo e sociale.

Gli sport sono infatti in grado di aumentare l’autostima e offrono un’impareggiabile occasione di socializzazione fra “pari”. Tanto più vero nella società urbanizzata, dove le occasioni di incontro “libero”, non organizzato, sono di molto ridotte rispetto a quel che avveniva cinquanta o sessant’anni fa.

Però …

Troppo spesso lo sport giovanile viene caricato di aspettative di tipo economico, sia da parte dei tecnici e delle società sportive, sia da parte delle famiglie, che vedono nel successo sportivo una possibilità di vantaggio economico e talora una rivalsa nei confronti degli insuccessi sportivi o più genericamente sociali, di padri e madri.

Questo comporta la spinta all’ inizio precoce di attività di allenamento intensivo e di  competizione, che induce, oltre ad un aumentata pressione psicologica a carico dei giovani atleti, anche un’accentuata esposizione a lesioni fisiche da  “overuse”.

Cosa si intende per lesioni da overuse? Si tratta di lesioni dipendenti da attività svolte con carichi muscolo scheletrici submassimali ripetitivi intervallati da un periodo di recupero insufficiente per consentire  all’organismo di mettere in atto gli opportuni adattamenti.

Le strutture più frequentemente danneggiate da questo tipo di approccio allo sport sono: le unità funzionali muscolo-tendinee, le ossa (a carico delle quali si può arrivare al verificarsi delle così dette “fratture da durata”), le borse. Nei soggetti in accrescimento si possono verificare anche danni alle apofisi ossee ed alle epifisi, cioè a quelle strutture che sono deputate all’accrescimento osseo.

Una pubblicazione sul British Journal of Sport Medicine (Di Fiori JP, Benjamin HJ, Brenner JS, et al. Overuse injuries and burnout in youth sports: a position statement from the American Medical Society for Sports Medicine Br J Sports Med 2014;48:287-288. ) ha cercato, mediante l’analisi comparata di vari studi di evidenziare:

  1. elementi che facilitino l’individuazione dei giovani a rischio di lesioni da “overuse” e di burnout da sport;
  2. individuare i fattori di rischio e le lesioni tipiche dei giovani atleti;
  3. descrivere quelle lesioni che possono comportare sequele a lungo termine;
  4. evidenziare i fattori di rischio ed i sintomi collegati al burnout nei giovani atleti;
  5. indicare azioni preventive per le lesioni da overuse.

Gli studi hanno evidenziato  come l’incidenza di queste lesioni sia sottostimata.

Fra i fattori di rischio più importanti  vanno ricordati:  precedenti lesioni, fase di crescita rapida, nelle ragazze una storia di amenorrea, un equipaggiamento non adeguato in relazione al processo di crescita, un programma di allenamento intenso, un mancato rispetto di adeguati tempi di recupero (per esempio più competizioni nello stesso giorno o in giornate consecutive).

Per quel che riguarda le aspettative nei confronti del giovane atleta non si può tenere conto solo dell’età anagrafica, in quanto la variabilità individuale è molto ampia per quel che riguarda la maturità psicofisica. Aspettative sproporzionate inducono una caduta dell’autostima (se l’obiettivo è irraggiungibile la competizione può essere solo fonte di frustrazione) e di conseguenza l’abbandono.

Un’altro fattore di rischio è rappresentato dalla troppo precoce specializzazione nello sport che si è visto essere correlata con un più alto indice di abbandono ed una più frequente comparsa di sintomi da burnout.

Ma cosa fare per limitare gli effetti dannosi?

In primo luogo bisogna evitare allenamenti troppo frequenti nella settimana e nell’anno, così da rispettare corretti tempi di recupero. I programmi di allenamento devono essere individualizzati per tenere conto della velocità di accrescimento e delle caratteristiche psicofisiche di ogni giovane atleta. Prevedere una preparazione prima dell’inizio della stagione agonistica vera e propria. La preparazione preallenamento non deve essere mai trascurata, con una corretta pratica del riscaldamento e dello stretching. Bisogna enfatizzare il piacere che si può ottenere dalla pratica sportiva e dal miglioramento progressivo delle proprie abilità  più che la competitività e l’obiettivo della vittoria.

Tranne che per quegli sport che obbligatoriamente richiedono una specializzazione molto precoce (nuoto, ginnastica, pattinaggio artistico … ) va incoraggiata, nei  giovani, la diversificazione degli sport praticati.